Rischiano una condanna per frode fiscale gli imprenditori che non agiscono per recuperare i propri crediti. Lo stabilisce la Corte di Cassazione che, con la recente sentenza n. 222/2020, ha confermato la condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Roma al legale rappresentante di una cooperativa accusato di aver organizzato una maxi frode fiscale.
La Cassazione ha sancito che le fatture della cooperativa fossero state emesse anche per pagamenti non effettuati, pur essendo relative a servizi per i quali è obbligatorio emettere il documento fiscale soltanto al momento del pagamento dello stesso o di relativi acconti.
Ha poi evidenziato il fatto che, nonostante il mancato pagamento, la cooperativa abbia continuato ad emettere fatture nei confronti del cliente moroso in totale assenza di azioni finalizzate al recupero dei crediti.
La ratio della sentenza? La presunzione che le fatture emesse, non incassate e non sollecitate, siano fittizie.
La circostanza di continuare a fornire il cliente moroso senza sollecitarlo al rientro degli insoluti costituisce, per la Cassazione, elemento di sospetto. Rilevante è poi anche l’importo delle fatture impagate rispetto ai volumi di fatturato della società fornitrice: costituiscono motivo di legittimo dubbio forniture per importi consistenti il cui rientro appare vitale per la sopravvivenza stessa dell’azienda.
Una condotta imprenditoriale che trascuri il giusto sollecito, anche giudiziale, necessario al rientro degli insoluti, è ritenuta dalla giurisprudenza sintomatica dell’inesistenza di pretese creditorie perchè corrispondenti a servizi o prestazioni di fatto mai eseguiti.




